55 anni fa il disastro del Vajont

Per motivi istituzionali che mi costringono a rimanere in Parlamento oggi non posso essere fisicamente nei luoghi colpiti nel 1963 dal disastro del Vajont. Voglio però ugualmente commemorare quello che – secondo l’Onu – è stato “il più grave disastro ambientale della storia causato dall’uomo”. Sottolineo: “causato dall’uomo”. Un disastro che rase letteralmente al suolo Longarone e che portò morte e distruzione anche nell’Alta Valcellina. Una tragedia che il nostro Paese non può e non deve dimenticare. Come i nomi delle località colpite: Codissago, Casso, Castellavazzo, Codissago, Col delle Spesse, Dogna, Erto, Faè, Frasèin, Longarone, Patata, Pineda, Pirago, Ponte nelle Alpi, Provagna, Rivalta, San Martino, Soverzene, Villanova…

Eppure, nonostante la violenza degli elementi, come tutti sanno – o dovrebbero sapere -, la Diga del Vajont si trova ancora al suo posto, pressoché intatta e inutilizzata, più di cinquant’anni dopo un olocausto che si consumò in appena quattro minuti. La Diga infatti resse alla perfezione quando – la sera del 9 ottobre del 1963 – venne scavalcata da un’onda di cento metri più alta provocata dalla frana immensa, lunga due chilometri, staccatasi dal monte Toc. Un’onda che provocò 1910 morti, spazzando via dalla faccia della terra intere famiglie e trasformando in fango abitazioni, fienili, botteghe, luoghi di culto…. La giornalista Tina Merlin che per prima denunciò ripetutamente i pericoli legati alla costruzione di quello che oggi chiameremmo un “ecomostro”, tanto da meritarsi – addirittura – lo sprezzante nomignolo di “Cassandra del Vajont”, scrisse che la Diga “resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica”. Un monumento visitato ogni anno da oltre 200 mila persone che in silenzio osservano la vastità della frana, leggono i nomi dei bambini che non sono mai cresciuti e camminano sul coronamento di una diga che nel 1963 – all’epoca del suo completamento – era la più alta al mondo. Un mostro costruito in una valle di una bellezza che ancora adesso dà le vertigini.

Oggi però dobbiamo ricordare anche i sopravvissuti, testimoni di un evento immenso nella sua gravità. Persone che continuano a raccontare soprattutto ai più giovani quanto accadde quella notte, come si arrivò a quel punto di non ritorno e cosa avvenne nei mesi e negli anni dopo, una storia che, a volerla leggere fino in fondo, si allunga amaramente fino ai nostri giorni. I superstiti del Vajont nel tramandare – instancabili – le vicende della Valcellina e della Valle del Piave, rendono l’omaggio più alto a tutte le popolazioni di queste zone a cavallo fra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, difendono strenuamente la natura e la montagna, sono un punto di riferimento per quelle comunità dilaniate dal doloreche ancora nel 2018 pagano duramente una tragedia che è viva sulla loro pelle. Uomini e donne sempre pronti a narrare ai “turisti della memoria” la tracotanza di uomini convinti che la natura si possa sempre piegare agli interessi economici. Che le comunità possano subire tutto senza battere ciglio. Il Vajont oggi ci urla con forza quanto l’ambiente vada difeso, tutelato e valorizzato. Sempre!